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martedì 31 marzo 2020

Stiamo distruggendo l’antivirus

Stiamo distruggendo l’antivirus del pianeta: la metà delle foreste non esiste più per colpa nostra

            
Un recente rapporto di WWF Italia ha concluso che molte delle malattie emergenti sono conseguenza di comportamenti umani errati tra cui la deforestazione, il commercio illegale e incontrollato di specie selvatiche e l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi. Stiamo invadendo spazi che la natura non ci ha donato (e forse c’era un motivo).
Le foreste contribuiscono alla lotta al cambiamento climatico assorbendo CO2 e garantiscono la vita sul pianeta, producendo oltre il 40% dell’ossigeno, grazie a processi vitali come la fotosintesi clorofilliana. Distruggerle significa creare uno squilibrio che porta ad una presenza sulla Terra di anidride carbonica maggiore di quello tollerabile, come sostiene anche un recente studio pubblicato su Nature.
Inoltre queste enormi distese di alberi sono habitat per l’80% della biodiversità terrestre: vi abitano milioni di specie in gran parte ignote alla scienza, compresi virus, batteri, funghi e molti altri organismi, anche parassiti, che vivono in equilibrio con l’ambiente e le specie con le quali si sono evoluti. E tra questi non figura l’uomo, che continua a invadere spazi che non la natura non gli aveva riservato.
Distruggere le foreste è distruggere il cibo e la casa di moltissime specie che all’improvviso si trovano sole e “denutrite”. E che soprattutto si trovano a contatto all’improvviso con una specie a loro sconosciuta, l’uomo, con la quale quindi non esiste alcuna strategia di convivenza pacifica.
©WWF
Con risultati imprevedibili e a volte disastrosi, incluse pandemie globali come quella da coronavirus che stiamo vivendo. Lo spillover, ovvero il salto di specie, il meccanismo biologico con il quale il virus sarebbe mutato riuscendo a replicarsi nella cellula umana, infettandola, potrebbe
essere uno di questi.
               
“Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie” scrive il biologo statunitense David Quammen.
Si stima che rispetto ai 6.000 miliardi di alberi che abbracciavano la terra all’inizio della rivoluzione agricola, oggi ne restino circa la metà, 3.000 miliardi: quasi la metà della superficie forestale che abbracciava e proteggeva il nostro pianeta, non esiste più.
Solo nel 2019 ha bruciato l’Amazzonia e le foreste del cuore dell’Africa mentre a inizio 2020 in Australia sono andati in fumo 12 milioni di ettari di inestimabile patrimonio naturale.
Deforestare significa alterare in pochissimo tempo equilibri costruiti in millenni di storia.
Come possiamo pensare che tutto questo non abbia delle conseguenze?
Nell’audio una dichiarazione di Isabella Pratesi, direttore di Conservazione del WWF Italia.
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Dove arriva l'uomo, meno biodiversità e più pandemie

Dove arriva l'uomo, meno biodiversità e più pandemie

di CRISTINA NADOTTI
(afp)
"Quasi tutte le recenti epidemie sono dipese  da alta densità di popolazione, aumento di commercio e caccia di animali selvatici e cambiamenti ambientali, quali la deforestazione, e l’aumento degli allevamenti intensivi specialmente in aree ricche di biodiversità": uno studio dell'Università di Roma
ROMA – Negli ultimi 20 anni una serie dI virus e infezioni hanno messo a dura prova i sistemi sanitari ed economici globali. Eppure quando si fa pianificazione per lo sviluppo sostenibile non si tiene conto che il rischio di pandemie è strettamente connesso alla perdita di biodiversità. A sottolineare questa gravissima carenza nelle politiche mondiali di sviluppo è uno studio elaborato da più centri di ricerca internazionali coordinato da Moreno Di Marco, ricercatore esperto di biodiversità del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie della Sapienza di Roma.
 
L’attuale diffusione del nuovo coronavirus, sottolinea lo studio del gruppo di Di Marco, è solo l’ultima di una serie di epidemie degli ultimi anni: Ebola, Sars , Zika, Mers, sono tutte malattie che hanno in comune l’origine zoonotica, poiché sono state trasmesse da animali all’uomo. Lo studio si chiede dunque se, invece che affrontare l’emergenza, si può prevenire, per evitare che altre crisi causino vittime e tracolli economici.
 
Nell’articolo pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, Di Marco sottolinea appunto che manca la prevenzione: la valutazione e la considerazione del rischio di pandemie sono al momento assenti nella pianificazione dello sviluppo sostenibile. Manca, dicono gli autori, e sarebbe invece urgentemente necessario, “un approccio integrato per mitigare l'emergenza delle malattie infettive, che sono tra le conseguenze del cambiamento ambientale”.
 
“Si presta troppo poca attenzione alle interazioni tra il cambiamento dell’ambiente e il diffondersi delle malattie infettive – spiega Di Marco – nonostante le prove scientifiche che questi due fenomeni sono strettamente connessi siano sempre più evidenti. Le misure e le politiche per ridurre i rischi di pandemia - continua – dovrebbero determinare compromessi con altri obiettivi sociali, come la produzione di cibo ed energia, che alla fine si basano sulle stesse risorse ambientali. Tali collegamenti non possono essere ignorati: quasi tutte le recenti pandemie sono dipese  da alta densità di popolazione, aumento di commercio e caccia di animali selvatici e cambiamenti ambientali, quali la deforestazione, e l’aumento degli allevamenti intensivi specialmente in aree ricche di biodiversità”.
 
Di Marco auspica poi un cambio nelle aree di ricerca: “Lo studio delle interazioni tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile di solito si concentra su un numero di correlazioni limitate, quali produzione del cibo e conservazione della biodiversità, oppure produzione di cibo ed emissioni di gas serra. Questi lavori ignorano la possibilità di pandemie e il ruolo che queste hanno nella salute e nell’economia. Serve un cambio di passo per prevenire tali catastrofi: la lotta al rischio di pandemie deve diventare parte integrale della programmazione socio economica”.
 
Tra le misure da adottare c’è il monitoraggio e la riduzione delle attività antropiche a ridosso di ecosistemi naturali e aree ad alta biodiversità. “Le attività antropiche a ridosso di ecosistemi naturali comportano due rischi principali – spiega Di Marco - innanzitutto l'aumento del rischio di contagio dovuto al contatto tra uomo e/o bestiame e animali selvatici, che diventa maggiore. Ad esempio distruggere habitat naturale (come le foreste) per estendere le zone di pascolo comporta un aumento del rischio di contatto tra bestiame e specie selvatiche, con aumento del rischio di trasmissione di patogeni all’uomo. Inoltre la perdita di habitat e la caccia indiscriminata possono alterare la naturale composizione delle comunità di specie selvatiche, alterando poi le dinamiche che regolano i patogeni che sono naturalmente associati a queste specie. In conseguenza può aumentare il rischio che un determinato virus diventi prevalente e/o che passi ad una nuova specie ospite”.
 
Di Marco fa un esempio pratico per spiegare cosa accade se si altera la comunità di animali che ospita un certo patogeno: “In un lavoro di Keesing et al. del 2010 su Nature si descrive come il virus West Nile è tramesso da diverse specie di uccelli passeriformi all'uomo, tramite punture di zanzara. Si è scoperto che se il numero di specie di uccelli nell'ecosistema si riduce (per causa dell'impatto antropico) aumenta il rischio di trasmissione del virus all'uomo. Questo perché gli ecosistemi soggetti ad impatto antropico tendono ad essere dominati da specie di uccelli che amplificano la densità del virus, aumentando il rischio che le zanzare lo trasmettano all'uomo. Al contrario, ecosistemi ricchi di specie di uccelli contengono molte specie che mantengono il virus a densità bassa, riducendo la probabilità che le zanzare (e quindi l'uomo) ne vengano infettate”.
 
Nonostante studi come quello citato da Di Marco siano numerosi l’idea che non si può salvaguardare la salute umana senza conservare la biodiversità fatica ancora a farsi strada. “Purtroppo si continua ancora a vedere la conservazione della biodiversità, e della natura più in generale, come un obiettivo secondario rispetto ad aspetti di sviluppo socio-economico come la produzione di cibo o di energia. In questo modo però si rischia di definire politiche di sviluppo miopi, che hanno un effetto boomerang nel lungo termine – conclude Di Marco - Ad esempio, ignorando il rischio di pandemie che deriva dai cambiamenti ambientali generati da politiche agricole che non tengono conto della biodiversità. O ancora ignorando il rischio di trasmissione di patogeni associato al commercio di specie selvatiche (sia legale che illegale), come è stato per la SARS e come sembra sia anche per il COVID-19”.
 
 

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Le principali minacce alla biodiversità e malattie

Quali sono le principali minacce alla biodiversità?

Azioni sul documento
Esistono diversi fattori di perdita di biodiversità.  A scala globale, il principale fattore di perdita di biodiversità animale e vegetale sono la distruzione, la degradazione e la frammentazione degli habitat, a loro volta causate sia da calamità naturali (ad esempio: incendi, eruzioni vulcaniche, tsunami, alluvioni, ecc.) sia e soprattutto da profondi cambiamenti del territorio condotti ad opera dell’uomo. Ad esempio la distruzione della foresta tropicale per lasciare il posto a coltivazioni di soia, canna da zucchero o palma da olio è tra le principali cause di perdita di biodiversità, sia perché la foresta tropicale ne è molto ricca, sia perché ne vengono distrutti milioni di ettari ogni anno. Molte aree selvatiche sono distrutte per prelevare piante o parti di piante per le industrie farmaceutica o cosmetica; anche nei paesi ricchi e più industrializzati continua la perdita di biodiversità per via della distruzione di habitat naturali o semi-naturali, per costruire aeroporti, centri commerciali, parcheggi, abitazioni. A farne le spese sono la campagna, il bosco, l’area umida, la prateria.  Secondo la FAO, negli ultimi dieci anni sono distrutti mediamente 13 milioni di ettari di foreste (una superficie pari a quella della Grecia) l’anno.  In più altri milioni di ettari ogni anno sono degradati dal prelievo di legname, dalla costruzione di miniere, dighe, strade. La maggior parte della deforestazione si concentra nei paesi tropicali. Brasile, Indonesia e Congo, in tre diversi continenti, sono le nazioni più colpite dal fenomeno. Il danno non si limita alla sola perdita di biodiversità. A causa della distruzione delle foreste si liberano in atmosfera enormi quantità di gas-serra, responsabili del riscaldamento globale. Gli scienziati dell’IPCC ritengono che circa il 20% dei gas-serra immessi ogni anno nell’atmosfera derivano dalla distruzione e dalla degradazione delle foreste e degli habitat. Il riscaldamento globale e i conseguenti cambiamenti climatici sono a loro volta ulteriori fattori di perdita di biodiversità.
Altri fattori sono:
  • i cambiamenti climatici: l’alterazione del clima a scala globale e locale ha già prodotto significativi effetti sulla biodiversità, in termini di distribuzione delle specie e di mutamento dei cicli biologici;
  • l’inquinamento: le attività umane hanno alterato profondamente i cicli vitali fondamentali per il funzionamento globale dell'ecosistema. Fonti d'inquinamento sono, oltre alle industrie e gli scarichi civili, anche le attività agricole che, impiegando insetticidi, pesticidi e diserbanti, alterano profondamente i suoli;
  • l’introduzione di specie alloctone: l’introduzione in un territorio di specie alloctone, cioè originarie di altre aree geografiche, rappresenta un pericolo. È stato valutato che circa il 20% dei casi di estinzione di uccelli e mammiferi è da attribuirsi all'azione diretta di animali introdotti dall’uomo. Ciò può essere dovuto a diverse cause: alla competizione per risorse limitate, alla predazione da parte della specie introdotta e alla diffusione di nuove malattie;
  • la caccia e pesca eccessive e indiscriminate: la pesca e la caccia eccessive possono aggravare situazioni già a rischio per la degradazione degli habitat. Le specie più minacciate in questo senso sono, oltre quelle la cui carne è commestibile (tipicamente la selvaggina e il pesce, ma in Africa e Asia anche scimmie e scimpanzé), anche quelle la cui pelle e le cui corna, tessuti e organi hanno un alto valore commerciale (tigri, elefanti, rinoceronti, balene, ecc.).
Un articolo del 2010 sulla rivista scientifica Science rivela che gli indicatori dei principali fattori di pressione della biodiversità (la distruzione degli habitat, l’inquinamento da azoto dei suoli e delle acque, la diffusione delle specie aliene invasive, i cambiamenti climatici, il sovra-sfruttamento delle risorse naturali) hanno mantenuto la loro intensità o l’hanno addirittura aumentata.

lunedì 30 marzo 2020

Indovina chi viene a cena

Inchiesta sull'ambiente

Indovina chi viene a cena

2019 Italia
L'inchiesta di Rai3 su ambiente, animali e modelli alimentari sostenibili. Mettiamo a confronto le ipocrisie e le contraddizioni del sistema di sfruttamento delle risorse puntando su ricerche e progetti alternativi, focalizzandoci in particolare sulla radicale evoluzione del rapporto tra gli uomini e gli animali, in perenne conflitto tra etica e sfruttamento, bisogno e passione.
  • Conduce: Sabrina Giannini
  • MOTORE DI RICERCA - FACEBOOK: RAIPLAY

Associazione Animalista Ambientalista: Da dove viene il coronavirus ?

Associazione Animalista Ambientalista: Da dove viene il coronavirus ?: https://www.raiplay.it/video/2020/03/Indovina-chi-viene-a-cena---Il-virus-e-un-boomerang-7f5b2b93-2b26-4a62-aed8-d312f6461f22.html?wt_mc=2.w...

Da dove viene il coronavirus ?

https://www.raiplay.it/video/2020/03/Indovina-chi-viene-a-cena---Il-virus-e-un-boomerang-7f5b2b93-2b26-4a62-aed8-d312f6461f22.html?wt_mc=2.www.fb.raiplay.&fbclid=IwAR3Zg04rpSQxdT52xQf4ZiPg5JHDO7uYHaLhtrpUl75wolkEp4OTUwbNWf0