Non
è il cervo che attraversa la strada, ma la strada che attraversa il
bosco.
Qualche
mese fa trovai un’immagine simile a questa con la frase “Non è
il cervo che attraversa la strada, ma la strada che attraversa il
bosco”, e la riporto qui, oggi, perché trovo che sia estremamente
indicativa di come spesso ci soffermiamo solo sul nostro punto di
vista, senza concederci la possibilità di vedere le situazioni da
un’altra prospettiva.
Per
abitudine, per insegnamenti, per “comodità”, spesso tendiamo ad
avere una visione ego-centrica della vita e del mondo che ci
circonda, dimenticandoci di tutto il resto. Questa modalità ci
può portare ad avere delle relazioni fondate su giochi di potere
anziché porci in una posizione di ascolto e accoglienza dell’altro.
Se
tutti partissimo dall’assunto che “la mia verità è l’unica e
assoluta” il confronto sarebbe praticamente impossibile.
Spostare
il nostro punto di vista egoico ed ego-riferito presuppone il fare
emergere quella che io ritengo una delle più grandi risorse che
l’essere umano può andare a recuperare: l’umiltà. Questa
enorme risorsa, spesso è considerata nell’accezione negativa di
cui la nostra società (quella della forza, del potere,
dell’apparenza, dalla grandezza) l’ha vestita. Ma proviamo ad
uscire un attimo da tutto questo e ampliamo l’orizzonte che
osserviamo: l’umiltà, fondamentale per mettersi in discussione,
presuppone immancabilmente una grande quantità di coraggio (dal
latino coratĭcum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla
parola composta cŏr, cŏrdis ’cuore’ e dal verbo habere
’avere’: avere cuore).
Ci
vuole cuore per verso noi stessi e verso ciò che è fuori da noi
per poter sperimentare quella che io chiamo “la cultura del
dubbio”.
Mettere
in discussione, mettere un punto interrogativo su ciò che
facciamo/diciamo/pensiamo non significa perdere la nostra identità
o il nostro valore, significa piuttosto essere capaci di stare
nell’ascolto, nell’accoglienza ed avere l’opportunità di
ampliare la nostra consapevolezza.
Recuperare
un punto di vista eco-centrico, sostituendo quello ego-centrico, ci
permette di riconnetterci alla nostra condizione di essere parte
integrante di un tutto molto più vasto di noi, ma nel quale abbiamo
un grande ruolo, esattamente come tutte le altre creature viventi.
Incontrare
l’altro significa fare “un passo verso”, lasciando indietro, o
meglio, trasformando quelle parti disfunzionali per noi che ci
impediscono di entrare in una relazione di empatia, di rispetto e di
amore.
Fonti di energia alternative al petrolio Fonti di energia alternative al petrolio. (tema svolto) L'Italia e tutto il Mondo attuale dipende dal petrolio. Le riserve disponibili e le previsioni dei fabbisogno petrolifero mondiale futuro suggeriscono che l'umanità abbia urgenternente bisogno di trovare fonti alternative di energia. Secondo me bisogna cercare nuove risorse per attingere l'energia pulita per tre motivi. In primo luogo, il petrolio è molto costoso per i costi di estrazione e di lavorazione, pensiamo ad esempio alla benzina che ci vogliono molti processi di raffinazione per giungere a quest'ultima. In secondo luogo, questa fonte di energia produce inquinamento atmosferico e tossicità di alcuni suoi derivati. Infine'il petrolio è molto dannoso in caso di rischi ambientali e geologici. Qualcuno, a questo proposito, potrebbe obiettare che il petrolio è utile e le riserve mondiali di greggio ammontano a circa 700 miliardi di barili inoltre è l'unico capace di soddisfare il fabbisogno mondiale. Ma queste sono falsità in quanto allo stato attuale l'unico combustibile alternativo al petrolio, capace di soddisfare l'enorme fabbisogno energetico della società moderna, resta il carbon fossile, disponibile in tutto il mondo in quantità relativamente abbondanti. In conclusione di ciò resta da dire che il petrolio è una di quelle fonti, insieme all'energia nucleare, che sarebbe meglio non utilizzare. Le fonti di energia alternative al petrolio” (tema svolto) Uno degli argomenti più discussi del mondo moderno riguarda le fonti di energia e l'inquinamento di alcune di queste. La fonte di energia più usata e più dannosa è il petrolio. Il petrolio è da sempre usato nella produzione di carburante per motori come la benzina, carburanti che emessi dai tubi di scappamento delle autovetture provocano un`enorme inquinamento atmosferico.Il petrolio non è una fonte illimitata ma è in esaurimento quindi il suo prezzo è molto elevato, ma allora perché usare una fonte di energia costosa scarsa e inquinante? Da tempo si sta cercando di promuovere fonti di energia alternative soprattutto l'elettricità. Secondo me si dovrebbe cercare di promuovere maggiormente l'energia elettrica soprattutto nel campo automobilistico. L'energia elettrica è un'energia praticamente illimitata che si può produrre in molti modi ma soprattutto non è inquinante, quindi un`energia totalmente migliore al petrolio su molti aspetti, purtroppo questo tipo di energia è utilizzata moltissimo ma viene soprattutto promossa da alcuni stati che guadagnano moltissimo sulla produzione di petrolio. Il problema è che più questa fonte viene usata e più il nostro pianeta si “ammala” tramite il noto effetto serra che sta portando a un surriscaldamento del pianeta e al disgelo dei ghiacci. Concludendo le fonti di energia alternative al petrolio esistono e sono meno dannose e più economiche speriamo che vengano utilizzate prima che il nostro pianeta risenta le conseguenze di alcune font Continua »
Biodiversità, Onu: “L’uomo una minaccia per tutte le specie”. Italia in ritardo
Il 22 maggio giornata
mondiale della Biodiversità indetta dalle Nazioni unite. Secondo biologi
e naturalisti potremmo rappresentare per animali e vegetali ciò che un
asteroide fu per i dinosauri 65 milioni di anni fa. L'Ispra mette in
guardia sul consumo di suolo nel nostro Paese. E il ministero
dell'Ambiente ammette: "Presentiamo molte carenze"
L’uomo potrebbe rappresentare oggi per molte specie animali e vegetali ciò che un asteroide fu per i dinosauri 65 milioni di anni fa: una minaccia di estinzione di massa. La sesta, in ordine di tempo, tra quelle conosciute dalla Terra dalla comparsa della vita pluricellulare.
Come ammonimento contro questo rischio, paventato da molti biologi e
naturalisti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a partire dal 2000
ha proclamato il 22 maggio, data in cui fu adottata nel 1992 la
Convenzione sulla diversità biologica, Giornata mondiale della biodiversità. I primi profughi climatici potrebbero essere eschimesi. La scelta dell’Onu quest’anno è caduta sull’ecosistema delle isole,
in particolar modo le più piccole, in cui vive circa un decimo della
popolazione mondiale. Un habitat considerato tra i più vulnerabili ai
mutamenti climatici, basti pensare alla fragilità delle barriere coralline. I pericoli maggiori per questi ecosistemi, secondo gli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), l’organismo delle Nazioni Unite per lo studio del clima, sono rappresentati dall’innalzamento del livello degli oceani, stimato dall’Ipcc tra 0,18 e 0,59 metri entro la fine del secolo, e dalle tempeste sempre più frequenti e violente, che rischiano di creare profughi climatici. I primi potrebbero essere i 400 eschimesi che abitano la piccola isola di Kivalina, di fronte la costa ovest dell’Alaska, che secondo gli esperti potrebbe essere tra le prime a sparire entro il 2025.
Le isole sono un’importante cartina al tornasole della biodiversità. Lo sapeva bene Charles Darwin che, grazie anche alle osservazioni compiute su un habitat insulare, le Galapagos, riuscì a elaborare la sua teoria dell’evoluzione. E lo confermano le indagini della cosiddetta Lista rossa delle specie in pericolo,
che proprio quest’anno compie 50 anni, in base alle quali il 90% degli
uccelli e il 75% delle specie animali estinte a partire dal 17esimo secolo vivevano in habitat insulari. Vero e proprio “Barometro della vita”, secondo una definizione della rivista Science, la Lista, messa a punto dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), assegna a più di 70mila specie una categoria di rischio. Si va dalle specie estinte a quelle fuori pericolo, passando dagli organismi che ormai sopravvivono solo in cattività a quelli che, a vari livelli, sono minacciati di estinzione.
Biodiversità, 30mila specie perse ogni anno. Ma perché è così importante la biodiversità?
Questo termine è usato comunemente per indicare l’insieme degli
individui e delle specie che vivono in una determinata area. Definizione
che, estesa all’intero Pianeta, porta a descrivere la biodiversità come
“La varietà della vita sulla Terra a tutti i livelli”. Un concetto che
può sembrare in apparenza generico e lontano. Ma che, espresso in
termini di relazione degli organismi tra loro e con
l’ambiente, come amano fare gli scienziati, riguarda da vicino una
specie in particolare e il suo modo di vivere il rapporto con la natura,
l’Homo sapiens. Specie che, a dispetto del
nome, sta modificando sempre più gli equilibri esistenti tra gli
ecosistemi, con seri rischi per l’ambiente. Il biologo di Harvard Edward Owen Wilson più di un decennio fa ha quantificato in 30mila specie l’anno la perdita di biodiversità terrestre, e sintetizzato il peso dell’uomo sulla diversità biologica coniando un curioso acronimo, “HIPPO”.
Parola in cui la “H” sta per “Habitat loss”, cioè la perdita di
ambiente naturale in favore di coltivazioni e insediamenti umani; la “I”
per “Invasive species”, le specie aliene introdotte dall’uomo in
ecosistemi diversi da quelli di origine, che proliferano in maniera
incontrollata fino a sterminare quelle indigene; le due “P” per
“Pollution”, l’inquinamento antropico e “Population”, a indicare la continua crescita della popolazione umana,
giunta ormai a superare i sette miliardi di individui; infine la “O”
che sta per “Overharvesting”, il crescente sequestro delle risorse
ambientali fino al loro completo depauperamento. Pressioni ambientali
cui va, inoltre, aggiunto il mutamento globale del clima.
Ipcc, incremento aree urbane e perdita di suolo fertile.
“Maggiore è il grado di biodiversità, più grande sarà la capacità degli
ecosistemi di sopportare perturbazioni esterne, indotte ad esempio dai
cambiamenti climatici”, affermano gli scienziati dell’Ipcc per
sottolineare l’importanza della diversità biologica. “L’incremento e la
diffusione delle aree urbane e delle relative infrastrutture – aggiungono gli esperti della Convenzione Onu sulla biodiversità – ha determinato un aumento dei trasporti e del consumo energetico,
con la conseguente crescita delle emissioni di gas serra e inquinanti
atmosferici. Inoltre – sottolineano gli studiosi di biodiversità – la trasformazione dei terreni da naturali,
come le foreste, ad altre destinazioni d’uso, semi-naturali come le
coltivazioni, o artificiali come le infrastrutture, non solo sta
provocando la permanente, e in molti casi irreversibile, perdita di suolo fertile, ma ha anche altri effetti negativi, come l’alterazione degli equilibri idrogeologici”.
L’Italia perde 8 metri quadrati di terreno al secondo. L’Italia, proprio sul tema del dissesto idrogeologico, sta ancora perdendo terreno. Letteralmente. Secondo l’ultimo report dell’Ispra,
l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale la crisi
non sembra aver affatto frenato il consumo di suolo nel nostro Paese.
“Il fenomeno è in aumento, al ritmo di 8 m2 al secondo.
Negli ultimi tre anni – affermano gli esperti italiani – abbiamo
divorato un’area di 720 km2, grande come cinque capoluoghi di regione, Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo,
perdendo così la capacità di trattenere 270 milioni di tonnellate
d’acqua. Il 7,3% del territorio è ormai da considerare perso. La cementificazione
– si legge inoltre nel rapporto – ha comportato tra il 2009 e il 2012
l’immissione in atmosfera di 21 milioni di tonnellate di CO2, valore
pari a 4 milioni di utilitarie in più, l’11% dei veicoli circolanti nel
2012”.
Eppure, il nostro Paese parte da una condizione di privilegio.
“L’Italia – sottolineano gli esperti Onu sulla biodiversità – grazie
alla sua varietà geografica che comprende regioni
alpine, continentali e mediterranee, e alle sue coste che si estendono
per 7400 km, è un Paese estremamente ricco in biodiversità, con il più
elevato numero e la maggiore densità di specie animali e
vegetali dell’Unione Europea. La stima – in base ai dati delle Nazioni
Unite – è di 58mila specie animali, il 95% delle quali rappresentate da
invertebrati, 6700 specie vegetali e 20mila fungine. Ogni anno, inoltre,
sono almeno 20 le nuove specie classificate sul territorio nazionale,
di cui una percentuale superiore al 10% è rappresentata da aree protette”.
Ma costa sta facendo il nostro Paese per mantenere questo primato
europeo? Se in ambito economico e finanziario ha preso provvedimenti,
spesso all’insegna di austerità e rigore, con la motivazione che erano richiesti dall’Europa, sulla diversità biologica, dopo aver ratificato nel 1994 la Convenzione Onu, l’Italia è in linea con gli organismi internazionali?
Dopo la Convenzione Onu, carenze e mancanza di coordinamento. Nel 2010, in occasione dell’Anno internazionale della diversità biologica, il ministero dell’Ambiente ha messo a punto la “Strategia nazionale per la biodiversità” ,
un documento suddiviso in tre punti cardine: biodiversità ed
ecosistemi, biodiversità e cambiamento climatico, biodiversità e
politiche economiche, che devono trovare attuazione nel decennio 2011-2020. Nel 2015, anno di scadenza dei cosiddetti Obiettivi del millennio tra i quali c’è, al settimo punto, quello di assicurare la sostenibilità ambientale,
ad esempio riducendo proprio la perdita di biodiversità – è in
programma una verifica approfondita sulla validità dell’impostazione
della strategia.
Ma un primo parziale bilancio esiste già. È rappresentato dalla prima
analisi, tra quelle previste con cadenza biennale, dello stato di
attuazione della strategia nazionale. Nelle conclusioni del rapporto,
redatto dallo stesso ministero dell’Ambiente e riferito agli anni 2011-2012,
emergono ancora molte ombre. Nella tabella delle quindici aree di
lavoro in cui è stata suddivisa la strategia, la scala cromatica che
evidenzia lo stato di attuazione degli interventi mostra solo un piccolo
quadratino verde, come segno tangibile di un risultato positivo, in
mezzo a tanti grigi. Nel report si parla, ad esempio, di “Carenze dovute
ad un assetto nazionale e locale che spesso risente della mancanza di coordinamento
nell’adempiere agli obblighi assunti” e di “Ritardi e scarsa incisività
che spesso comportano l’apertura di procedure d’infrazione”. Si
sottolinea, inoltre, che “Lo stato di crisi globale, comunitaria e
nazionale, non facilita l’interesse verso i temi della conservazione della biodiversità, malgrado rappresentino una risorsa fondamentale su cui fare affidamento”.
Il paleontologo Eldredge: “La vita si è sempre ripresa dopo una estinzione”. Ma la Natura,
a dispetto del disinteresse umano, potrebbe da sola trovare le giuste
contromisure. “La vita ha capacità di recupero incredibili e si è sempre
ripresa, anche se dopo lunghi intervalli di tempo, in seguito a spasmi di estinzione importanti – afferma Niles Eldredge,
paleontologo dell’American museum of natural history di New York, in
un’enciclopedia integrata della biodiversità, dell’ecologia e
dell’evoluzione, dal titolo “La vita sulla Terra”. Ma questa ripresa è sempre avvenuta solo dopo la scomparsa di ciò che aveva provocato l’estinzione.
E, poiché nel caso della sesta estinzione la causa siamo noi, l’Homo
sapiens, questo significherebbe la nostra stessa scomparsa. A meno che –
auspica lo studioso americano – non scegliamo di modificare i nostri
comportamenti nei confronti dell’ecosistema globale”.