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venerdì 8 dicembre 2017

CREAZIONE DI MALATTIE - Marcello Pamio




Curare
i sintomi NUOCE GRAVEMENTE alla Salute !!!



"Un
medico è un uomo che viene pagato per raccontare fandonie nella
camera del malato, sino a quando la natura non l'abbia guarito o i
rimedi non l'abbiamo ucciso."



(A.
Furetiére)






Per
cura dei sintomi intendiamo gran parte dei medicinali e delle
pratiche mediche attualmente in uso.










I
medicinali che fanno passare la febbre, che alleviano il mal di
testa, le infiammazioni alla gola o alle articolazioni, ma anche
quelli che decongestionano le vie respiratorie o l’intestino e che
calmano la tosse e persino la rimozione chirurgica di tonsille,
appendice e cisti, sono tutte cure dei sintomi.






Questi
sono solo alcuni esempi delle pratiche più comuni per i fastidi più
banali, ma la lista sarebbe lunghissima e comprenderebbe patologie
ben più gravi.






In
pratica potremmo dire che tutta la moderna medicina (o quasi) si
occupa esclusivamente della cura sintomatica e non si preoccupa
minimamente della prevenzione o della rimozione dei problemi alla
radice.






Anche
quando si parla di esami preventivi in realtà si tratta di esami
diagnostici che trovano o meno un determinato male (o presunto tale).






(Solo
su quest’ultima affermazione si potrebbe parlare molto a lungo ma
rischierei di andare un po’ fuori tema per approfondimenti comunque
vi rimando a questo interessante video:
Creazione
di Malattie

)






Curare
i sintomi quindi non solo non migliora lo stato di salute, ma per
assurdo potrebbe anche aggravarlo, anzi meglio togliere il
condizionale:



Curare
i sintomi aggrava la salute!






Questo
accade per vari motivi il più semplice ed immediato è il seguente:
curando i sintomi, non proviamo più un certo fastidio o  dolore
e quindi non ascoltiamo più il nostro corpo che attraverso quel
determinato dolore/sintomo voleva comunicarci qualcosa che non
andava.






Quindi
noi prendiamo la pillolina, il dolore passa e così possiamo
riprendere la nostra vita, comprese le nostra cattive abitudini che
ci hanno portato alla cosiddetta malattia, ancora più non curanti
del male che ci stiamo facendo.






A
questo punto però è necessaria qualche definizione ...






Innanzitutto
bisogna dire che la cosiddetta malattia non è altro che una crisi
tossiemica
cioè un eccessivo accumulo di tossine (scarti
metabolici).


La
produzione di tossine è un fenomeno naturale risultante da diverse
funzioni metaboliche.



In
condizioni ideali, queste tossine vengono eliminate dagli organi
emuntori (intestino, reni, fegato, polmoni e pelle).







Finché
l'apporto di tossine resta nei limiti delle capacità di smaltimento
di questi organi, facciamo esperienza di uno stato di buona salute.


Quando
per diversi fattori fisici (dovuti all'ambiente, allo stile di
vita, all'alimentazione), psicologici (stress) o emozionali
si arriva ad una perdita della capacità di smaltimento
(indebolimento), le tossine si accumulano e c’è la comparsa
dei sintomi della malattia.







Quindi
la malattia potremmo anche definirla come l’estremo tentativo
dell’organismo di liberarsi delle tossine in eccesso.







In
pratica quella che consideriamo malattia è in realtà un processo
di
Autoguarigione.







Dunque
cosa succede quando noi con un farmaco blocchiamo i sintomi e
quindi il tentativo estremo del nostro sistema immunitario di
liberarsi delle tossine in eccesso?







Le
tossine non vengono più eliminate
e
cosa peggiore non vengono eliminate le cattive abitudini (fisiche,
psicologiche ed emozionali) che hanno causato l’indebolimento.
Quindi le crisi si ripeteranno fino a diventare croniche e degenerare
in qualcosa di peggio.






Infine,
ma non meno importante, la cura dei sintomi delle cosiddette
malattie con farmaci o con interventi invasivi, genera un
considerevole numero di effetti collaterali conosciuti e non,
dovuti all’immissione nel corpo di sostanze sintetiche estranee
(farmaci) o a vere e proprie mutilazioni (chirurgia)
.






L'unica
medicina veramente utile rimane quella di primo soccorso, quella
traumatologica e poco altro.






La
vera prevenzione invece sarebbe avere un’alimentazione sana,
condurre uno stile di vita sereno, vivere in un ambiente il più
salubre ed arieggiato possibile, fare lunghe passeggiate ed un
attività fisica leggera, riposare, fare esercizi di respirazione,
meditare, rilassarsi … etc ….







In
caso di crisi acute di eliminazione di tossine (cosiddette malattie)
lasciare che il tempo e la natura facciano il loro corso riposando,
mangiando il meno possibile e soprattutto non ostacolando
l’Autoguarigione.






Concludo
con questa bella e provocatoria frase che secondo me si addice molto
alla realtà attuale:


"Un
medico è un uomo che viene pagato per raccontare fandonie nella
camera del malato, sino a quando la natura non l'abbia guarito o i
rimedi non l'abbiamo ucciso."



(A.
Furetiére)


Felice
Vita




giovedì 7 dicembre 2017

Carne di pollo: basso costo, alta sofferenza



Al mercato o al supermarket è possibile comprare un pollo arrosto a pochi euro. Quindi già lavorato e cucinato e con un ricarico anche da parte del commerciante. Il pollo in sé ha in pratica giusto il valore di qualche monetina. Come viene da chiederselo rispetto a prodotti provenienti da paesi asiatici con prezzi incredibilmente bassi, che ormai sappiamo ottenuti con sfruttamento di manodopera a basso costo, lo stesso dovremmo fare quando vediamo della carne venduta a simili prezzi: come è possibile?

La risposta sta nei sistemi di allevamento intensivo. Abbiamo deciso di mostrarli con una video-indagine girata all’interno di capannoni di fornitori dei principali produttori italiani, diffusa anche in prima serata al Tg1 di mercoledì 4 ottobre. L’indagine in questione ha creato un certo scalpore, soprattutto per alcune immagini in cui, con telecamere nascoste, sono stati ripresi operatori che maltrattano animali, li prendono a calci e li caricano con violenza nelle gabbie per il trasporto verso il macello.
UnaItalia, associazione di riferimento del settore avicolo italiano, ha risposto dicendo che le immagini “non sono assolutamente rappresentative di quanto accade negli allevamenti avicoli italiani” e che “non è corretto far vedere dei casi isolati per far intendere che rappresentino le condizioni di vita della maggioranza dei polli che finiscono ogni anno sulle tavole degli italiani”.

Ma la violenza che subiscono questi animali non è solo quella dei calci, che potrebbero forse anche essere dei casi isolati, ma non per questo meno gravi. La violenza e il maltrattamento sono insiti nel modo stesso in cui i polli vengono allevati, fin dal primo giorno di vita. Ed è quanto ci preme diventi oggetto centrale del dibattito.


Perché al contrario di quanto dice Unaitalia la nostra indagine mostra proprio delle problematiche diffuse negli allevamenti intensivi. Tra questi l’altissima densità in cui sono costretti i polli, la selezione genetica che li ha spinti a ingrassare a velocità spaventosa, l’alta mortalità nei capannoni, l’utilizzo diffuso di antibiotici a scopo preventivo.




In Italia nel 2016 sono stati macellati 525 milioni di polli (fonte Istat). Un numero impressionante, pari a 1000 polli al minuto. Il 99,5% di questi provengono da allevamenti intensivi (fonte Sinab), del tutto simili a quelli raffigurati nel nostro video.

Ma ancor più impressionante è pensare a quanto spazio occuperebbero questi animali se dessimo loro anche solo un metro quadrato per vivere, più o meno la superficie di un tavolino, non certo una situazione di gran lusso: calcolando gli attuali cicli di crescita nell’arco di un anno i polli occuperebbero circa un sessantesimo dell’intera superficie italiana.

Per questo motivo agli attuali ritmi di consumo un reale benessere degli animali non può minimamente essere preso in considerazione e ai polli non viene concesso il lusso di un metro in cui vivere. Anzi, secondo le normative in quello spazio di polli ce ne possono stare fino a 20. E le conseguenze dal punto di vista fisico ed etologico sono molto gravi.
Secondo la ricercatrice Isabelle Estevez, autrice di una lunga ricerca sugli effetti della densità di popolamento, i problemi più gravi insorgono dai 14-16 polli per metro quadrato in su. Problemi che non sono solo comportamentali o difficoltà nell’arrivare a cibarsi e abbeverarsi, ma anche per la salute delle zampe, piagate dal pavimento intriso dell’ammoniaca dovuta all’urina degli animali.

E non sono solo i metodi e gli spazi ad essere cambiati, ma anche gli animali stessi: i polli di adesso sono completamente diversi da quelli che mangiavano i nostri nonni. Le razze selezionate per la crescita rapida arrivano in poco più di un mese a 2,5 chili di peso, mentre negli anni 50 per arrivare a un massimo di 1,5 chili ci mettevano più di due mesi. In pratica si è quadruplicata la velocità produttiva. Immaginatevi un bambino di pochi anni con il corpo e il peso di un adulto obeso e capirete com’è la vita di un pollo d’allevamento.


Questa condizione li porta a passare gran parte del tempo in stato di immobilità e crea problemi di deambulazione, dolori articolari, ascite, deformazioni ossee, tendiniti.

Tutto questo tralasciando la fine che fanno poi al macello.

Ecco che si scopre perché la carne di pollo costa poco: il prezzo più alto lo pagano gli animali.







Perché smettere di mangiare carne?

Perché smettere di mangiare carne? Ce lo racconta Giulia Innocenzi

È veramente sicuro ciò che mangiamo? Cosa accade all’interno di un allevamento intensivo? In un'inchiesta sull'industria italiana della carne e dei formaggi, di cui si dà conto in Tritacarne (Rizzoli), la giornalista Giulia Innocenzi che ha lavorato, tra gli altri, con Michele Santoro ad Annozero Servizio Pubblico, segue animalisti, biologi, veterinari e allevatori per accendere i fari su un ambiente per molti versi sordido e ancora sconosciuto ai più, in cui gli animali sopravvivono a stento in spazi angusti, sporchi, senz'aria, malati e imbottiti di antibiotici che finiscono sulle nostre tavole. Un libro che sta vendendo molto e molto sta facendo discutere. Ne parliamo con l’autrice per i lettori di Sul Romanzo:
 
Proviamo a partire da una questione politica, perché il nodo di tutto potrebbe anche essere qui. Citando Martin Caparross, lei indica la carne come metafora perfetta della disuguaglianza. Di che tipo di disuguaglianza parliamo?
Mi riferisco proprio a quanto racconta il giornalista argentino Caparross, grande mangiatore di carne – visto che lui è argentino, è quasi un luogo comune –, ovvero che la carne è il simbolo della ricchezza. Dire: «Io che ho più risorse di te mi permetto di prendere molto più di te». Questo accade perché oggi più di un terzo delle coltivazioni nel mondo sono destinate agli animali. Significa che stiamo togliendo del cibo commestibile per gli umani: cereali, soia, eccetera, per darli agli animali. Un tempo questo non succedeva, perché gli animali pascolavano. Il sistema era efficiente, faccio solo l’esempio delle mucche: pascolando mangiavano l’erba e quindi convertivano un alimento non commestibile per noi in calorie, commestibili per l’uomo. Oggi che invece abbiamo rinchiuso gli animali in capannoni, abbiamo tagliato questo ciclo naturale molto efficiente e perciò dobbiamo togliere del cibo commestibile agli esseri umani per nutrire gli animali. Un altro esperto di allevamenti come Philip Lymbery afferma che il sistema degli allevamenti intensivi è il più grande spreco di cibo che c’è oggi al mondo.
 
Lei definisce gli allevamenti intensivi come fonte di inquinamento e causa di spreco alimentare. Ma allora come si spiega il loro successo?
Semplicemente perché si tratta di un sistema che procura maggiori quantità a minor costo, scaricando però i costi reali sulla collettività: mi riferisco all’inquinamento e alla spesa per la salute dell’uomo. Uno dei costi più grandi per la salute umana è l’antibiotico-resistenza. Oggi noi, avendo rinchiuso gli animali negli allevamenti, in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, stiamo crescendo degli animali malati. Questi animali vanno perciò imbottiti di antibiotici. In Italia il 70% degli antibiotici in circolazione viene destinato agli animali; prendono più antibiotici degli uomini. Queste somministrazioni massive stanno annientando gli effetti degli antibiotici; l’utilizzo sconsiderato crea nuovi ceppi batterici che mutano e divengono resistenti agli antibiotici. Il costo sanitario è gravissimo: si è stimato che nel 2050 ci saranno dieci milioni di morti l’anno per antibiotico-resistenza.

Secondo l’European Food Safety Authority, il benessere degli animali è strettamente connesso alla sicurezza della catena alimentare. Perché secondo lei questo messaggio è poco applicato dagli allevatori e sembra sfuggire ai consumatori?
Gli allevatori dovrebbero rinunciare in toto all’allevamento intensivo, che però permette loro di produrre molto di più utilizzando poca manodopera. Il sistema è ipertecnologizzato, perciò c’è un ulteriore taglio di costi. Ci vorrebbe una pressione importante sia dal basso (i consumatori) sia dall’alto (la politica) per poter superare questo sistema degli allevamenti intensivi. Ma come fanno i consumatori a superare questo problema se non sono nemmeno a conoscenza che quello che hanno sul piatto proviene dagli allevamenti intensivi? Oggi non c’è, per legge, alcun obbligo di scrivere sull’etichetta qual è il metodo dell’allevamento. Quindi tu hai davanti dei prodotti e non sai se quella carne o quel formaggio viene da un animale che ha pascolato all’aperto o da uno che è rimasto rinchiuso in un capannone, ha mangiato OGM ed è cresciuto molto in fretta per arrivare al macello. È solo grazie alla trasparenza che noi possiamo far partire un cambiamento.
 
Uno dei capitoli più duri di Tritacarne è quello dedicato alle scrofe, trasformate in vere e proprie macchine per la riproduzione e l’allattamento, con la produzione di scrofe con un numero più alto di capezzoli. Al di là di quello che ha scritto nel libro, ci può raccontare cosa ha provato quando si è trovata dinanzi a quella realtà?
È stato scioccante. Purtroppo le scrofe, oggi, passano gran parte della loro vita chiuse in una gabbia. Noi dobbiamo pensare che i maiali sono animali molto intelligenti e curiosi che in natura grufolerebbero tutto il tempo, invece queste scrofe devono vivere in gabbie grandi più o meno quanto il loro corpo. Non possono alzarsi e scendere, non possono mai girarsi dall’altra parte, non possono mai camminare. Questo perché gli allevatori ritengono più efficiente tenerle chiuse in gabbia quando sono in gestazione e quando devono allattare i loro piccoli. Se non bastasse questo, i laboratori di genetica stanno lavorando per ottenere scrofe sempre più efficienti, ovvero sempre più prolifiche, che facciano sempre più piccoli. Per fare più suinetti devi anche poterli allattare; i laboratori di genetica stanno selezionando le scrofe con più capezzoli. La maggior parte delle scrofe ha 15 capezzoli ma esiste già una piccola percentuale con 16 capezzoli e si lavora per ottenere scrofe con 17 e pure 18 capezzoli, chissà. L’animale è sempre quello, eppure ogni anno partorisce sempre più suinetti. Fin dove ci vogliamo spingere? Quanto vogliamo spompare questi animali?
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Leggendo le descrizioni che fa di alcuni “processi” dell’allevamento, sembra evidente la trasformazione dell’animale da essere vivente in oggetto e dell’allevamento in processo industriale. Fino a che punto, in questi casi, si corre il rischio di trasformare anche noi stessi, che consumiamo carne, in oggetti della catena produttiva?
Lo siamo già, in sostanza. La produzione dell’allevamento intensivo, che abbiamo importato dagli Stati Uniti negli anni ’50, sta rendendo il nostro cibo di fatto tutto uguale. Noi abbiamo spazzato via le razze autoctone che c’erano in Italia, tutte le razze di maiali che c’erano, le più diverse. C’era la razza bruna, la mora romagnola, il maiale Cavour, si potrebbe andare avanti all’infinito. Non ci sono più o ci sono ancora pochi esemplari, grazie ad allevatori illuminati. Tutti questi maiali li abbiamo sostituiti col celebre maiale “rosa”, che si chiama large white, importato dalla Gran Bretagna perché è il maiale che risponde meglio ai ritmi dell’allevamento intensivo e quello che cresce più in fretta. Rispetto a questa logica potrei citarti tutti i tipi di animali che noi alleviamo. Tutto questo, però, ha standardizzato il gusto e i metodi di allevamento. Noi siamo il Made in Italy, siamo famosi nel mondo per la nostra cucina e i nostri sapori, eppure ci siamo totalmente venduti a un sistema di produzione di tipo americano. Io dico: fermiamoci finché siamo in tempo e cerchiamo di recuperare le tradizioni che ci hanno resi grandi nel mondo.
Un consumo più ragionevole e consapevole di carne può essere la soluzione, oppure questa è rappresentata per forza di cose dal diventare vegetariani o vegani?
Sicuramente un punto di partenza. Oggi non siamo portati a pensare a quel che mangiamo; se associassimo i prodotti che abbiamo nel piatto a quella ch’è stata la vita dell’animale che ci ha dato quel prodotto, come ha vissuto quell’animale, se è vissuto in maniera dignitosa, già questo sarebbe un primo passo per un consumo migliore. La carne di un animale che sta male è una carne insalubre. Oltretutto noi mangiamo troppa carne. In Italia abbiamo 92 Kg di carne a testa per anno. Dobbiamo perciò tornare a mangiare molta meno carne e più di qualità. Sarebbe già un grande passo avanti.
 

LEGGI ANCHE – OGM e "bio": cibo contro natura?

Il rispetto per gli animali è conciliabile con il loro allevamento e con il consumo di carne?
Bisogna partire dal chiedere la chiusura degli allevamenti intensivi e adottare un modello estensivo, con animali cresciuti all’aria aperta, che possano mangiare cibi naturali, nel rispetto della loro dignità, come vivrebbero in natura. Ogni allevamento ha però i suoi aspetti, per così dire, “contro natura”, come la separazione della vacca dal vitello, oppure l’uccisione prematura dei maschi. Questi aspetti, purtroppo, ci sono sempre. Per chi non riesce ad accettare queste cose l’unica soluzione è – ahimè – abbandonare il consumo di carne, nonché di formaggi. Già un passo avanti sarebbe una maggiore consapevolezza del consumatore e la richiesta della chiusura degli allevamenti intensivi, dai quali provengono la maggior parte delle carni e dei formaggi in commercio.






mercoledì 6 dicembre 2017

Deducibilià e detraibilità delle erogazioni alle Onlus

Deducibilità e detraibilità delle erogazioni alle ONLUS nel 2017

I vantaggi fiscali nelle dichiarazioni dei redditi 2017 per i privati e le imprese che effettuano liberalità in favore delle ONLUS.


Per le Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale) è particolarmente importante come fonte di finanziamento la possibilità di essere destinatarie di erogazioni liberali tramite il c.d. “ fundraising” cioè l’attività di raccolta di fondi. Il legislatore ritiene importante sostenere queste organizzazioni e ha previsto una serie di deduzioni e detrazioni a favore delle onlus e delle iniziative umanitarie, religiose o laiche. Vediamole nel dettaglio.
Le agevolazioni fiscali previste per chi effettua erogazioni liberali a favore delle ONLUS, si distinguono a seconda di chi le ha effettuate (persona fisicao impresa) e in base alla natura della donazione che può riguardare denaro, beni o costi di personale per servizi. I contribuenti sia persone fisiche che enti soggetti all'imposta sul reddito delle società che intendono effettuare erogazioni liberali nei confronti delle ONLUS potranno scegliere alternativamente tra le due agevolazioni.
 

Agevolazioni sulle erogazioni liberali delle persone fisiche

In questa categoria rientrano le persone fisiche, gli imprenditori individuali, i lavoratori autonomi e i soci delle società di persone (società semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice e società di fatto ad esse equiparate dalla lettera b) del comma 3 dell’art. 5 del t.u.i.r.). Essi possono optare alternativamente tra:
  • la deducibilità, per le liberalità in denaro o in natura, nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 € annui (art. 14 comma 1 D.L. n. 35/2005 e successive modificazioni (L. 80/2005). Nel calcolo del reddito complessivo dichiarato sono compresi anche i redditi da fabbricati assoggettati a cedolare secca.
  • la detrazione dall’Irpef del 26% calcolata sul limite massimo di 30.000 euro per un risparmio fino a 7.800 euro (fino al 2014 il limite era di 2.065,83 euro). Nel calcolo dei 30.000 euro sono compresi anche gli importi per le erogazioni liberali in denaro, a favore delle popolazioni colpite da calamità pubbliche o da altri eventi straordinari, da indicare nel quadro degli oneri con il codice spesa “20”.
In entrambi i casi la condizione necessaria per accedere all’agevolazione è che il versamento sia eseguito tramite banca o ufficio postale ovvero mediante assegni bancari e circolari. Per le erogazioni effettuate con carta di credito è sufficiente la tenuta e l’esibizione, in caso di eventuale richiesta dell’amministrazione finanziaria, dell’estratto conto della società che gestisce la carta.
Attenzione: per le erogazioni liberali a tutela delle persone con disabilità grave a decorrere dall’anno d’imposta 2016 (dichiarazione dei redditi 2017)  è possibile fruire della deduzione del 20% delle erogazioni liberali, le donazioni e gli altri atti a titolo gratuito, complessivamente non superiori a 100.000 euro, a favore di trust o fondi speciali che operano nel settore della beneficenza.

 Agevolazioni sulle erogazioni liberali delle imprese

In questa categoria rientrano le società di capitali o cooperative o consorzi od enti di diverso tipo, pubblico o privato, che abbiano per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali (cioè uno degli altri soggetti passivi dell’Ires). Questi contribuenti possono optare alternativamente tra:
  • la deducibilità, per le liberalità in denaro o in natura, nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 € annui (art. 14 comma 1 D.L. n. 35/2005 e successive modificazioni (L. 80/2005).
  • la deduzione dal reddito imponibile Ires del 2% del reddito d’impresa dichiarato per un importo massimo di 30.000 euro (comma 2 lettera h, art 100 tuir).
Sono inoltre deducibili dal reddito imponibile Ires le “spese relative all’impiego di lavoratori dipendenti, assunti a tempo indeterminato, utilizzati per prestazioni di servizi erogate a favore di Onlus nel limite del cinque per mille dell’ammontare complessivo delle spese per prestazioni di lavoro dipendente (cioè del costo del lavoro), così come risultano dalla dichiarazione dei redditi”. Queste norme, riportate nelle lettere h) ed i) del comma 2 dell’art. 100 del t.u.i.r., non sono state modificate dalla legge n. 96/2012. Anche esse furono introdotte dal comma 1 dell’art. 13 del d.lgs. n. 460/1997.
Molto importanti per l’operatività di queste organizzazioni non profit sono poi anche quelle erogazioni liberali che consistono in “cessioni gratuite di merce” che le Onlus possono ricevere dalle imprese di produzione o di vendita di beni (non di servizi) e per le quali è previsto un regime fiscale agevolato dai commi 2, 3 e 4 dell’art. 13 del d.lgs. n. 460/1997. Il comma 2 dell’art. 13 del d.lgs. 460/1997 stabilisce, infatti, che le derrate alimentari e i prodotti farmaceutici alla cui produzione od al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa, che, in alternativa alla usuale eliminazione dal circuito commerciale, vengono ceduti gratuitamente alle Onlus non si considerano destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa ai sensi del comma 2 dell’art. 85 del t.u.i.r. e, pertanto, tali cessioni gratuite non sono considerate ai fini del calcolo del reddito d’impresa tassato con l’Ires o con l’Irpef. Lo stesso discorso vale per i beni non di lusso oggetto di attività d’impresa che presentano vizi e imperfezioni che non ne consentono la vendita qualora il costo specifico complessivo non superi il 5% del reddito d’impresa dichiarato.
Ai fini dell’Iva queste cessioni rappresentano operazioni esenti dall’imposta, ai sensi del numero 12 dell’art. 10 del d.P.R. 633/1972, in quanto rientrano nella fattispecie di cui al numero 4 dell’art. 2 dello stesso d.P.R. da esso  richiamata dato che i beni ceduti gratuitamente sono quelli la cui produzione o il cui commercio rientra nell’attività propria dell’impresa. Ciò vale se i beni ceduti non hanno un costo unitario superiore a 50.00 euro (fino al 2014 erano 25,82 euro) oppure se per essi non è stata operata, all’atto dell’acquisto o dell’importazione del bene ceduto, la detrazione dell’Iva relativa al prezzo di esso, ai sensi dell’art. 19 del d.P.R. 633/1972.
La legge di stabilità 2016 ha innalzato a 15.000 euro (in precedenza era 5.164,57 euro) il limite del costo dei beni gratuitamente ceduti oltre il quale è obbligatorio inviare la comunicazione di cui all’art. 10, comma 1, n. 12), DPR n. 633/72. Tale comunicazione riguarda la cessione gratuita di beni a enti, associazioni o fondazioni aventi esclusivamente finalità di assistenza, beneficenza, educazione, istruzione, studio o ricerca scientifica e alle ONLUS e va effettuata dal cedente al competente Ufficio dell’Agenzia delle Entrate e alla GdF.

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lunedì 4 dicembre 2017

PERCHÉ UN LASCITO IN FAVORE DEGLI ANIMALI - Associazione Liberigatti Animalista Ambientalista ODV"
























PERCHÉ UN LASCITO IN FAVORE DEGLI ANIMALI

Uno dei modi più concreti per aiutare la nostra Associazione è quello di fare testamento a nostro favore. Solo con questo atto avrete infatti la certezza che i vostri beni verranno indirizzati in accordo alla vostra reale volontà.

Il testamento non è semplicemente un atto con valore legale con cui si dispone la destinazione di tutti i nostri averi; è una possibilità in più che abbiamo e un gesto di generosità verso le persone che amiamo, di responsabilità verso gli altri e di rispetto per i valori in cui crediamo.

I lasciti e le donazioni sono una risorsa molto importante per la nostra Associazione e hanno permesso nel tempo che si realizzassero gli interventi più importanti – le campagne più efficaci e tutte le attività a tutela degli animali che da alcuni anni portiamo avanti nella più totale trasparenza e con il massimo impegno.

Se state pensando a un lascito a favore degli animali, la nostra storia e il nostro impegno sono la garanzia migliore che possiamo offrirvi per assicurare l’impiego più coerente di quanto donato.

Naturalmente saremo anche lieti di valutare le richieste più specifiche, ove in sintonia con i valori fondanti che ispirano la nostra attività, e di indirizzare su progetti specifici i vostri lasciti.

Siamo ovviamente in grado di garantire la massima discrezione nel rapporto con voi e il trattamento di tutti i vostri dati nel pieno rispetto della privacy, anche se vi chiediamo cortesemente di non dimenticare di informarci della vostra eventuale decisione, poiché questo sarà di aiuto reciproco.



COME FARE

In mancanza di un testamento, i vostri beni saranno suddivisi tra i vostri parenti sino al sesto grado di parentela e al coniuge in base alle norme previste dai codici nell’ambito della successione legittima o, in loro assenza, saranno interamente incamerati dallo Stato.

Se volete destinare alla nostra associazione parte dei vostri beni, è utile redigere un testamento seguendo alcune precise regole, tenendo ben presente che si tratta sempre e comunque di un atto modificabile.

Il testamento può essere olografo (ossia scritto di proprio pugno) oppure per atto di notaio.

  1. L’atto olografo deve rispettare in ogni caso alcune regole generali, come ad esempio il fatto di essere scritto interamente a mano, datato e firmato sia alla fine che dopo ogni aggiunta o correzione. Questo testamento ha il pregio di poter essere predisposto anche senza la presenza del notaio ma per contro ha il difetto di poter essere smarrito, distrutto o di non essere considerato valido perché scritto in modo difforme da quanto previsto dalla legge.
  2. L’assistenza di un notaio per la redazione di un testamento offre invece tutte le garanzie che sono necessarie per la preparazione di un atto di questa importanza: con il suo aiuto eviteremo infatti il rischio di predisporre un documento che possa essere invalidato e avremo la sicurezza e la tranquillità non solo di un’adeguata custodia dell’atto ma anche dei corretti adempimenti nel momento opportuno.



In qualsiasi caso, se desiderate includerci nelle vostre volontà testamentarie, vi richiediamo di assicurarvi che venga espressamente indicata nell’atto la volontà del lascito a favore della . Associazione Liberigatti Animalista Ambientalista (Sede legale Settimo Torinese – v. Luigi Einaudi,19) Un’indicazione meno precisa potrebbe infatti generare contestazioni o problemi.

Il nostro personale amministrativo è ovviamente a vostra disposizione per qualsiasi informazione o chiarimento:

tel. 3885863912 - 3470501535
email : segreteria.liberigatti@hotmail.com


Gary Yourofsky su Veggie Channel (Versione italiana)